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Appunti di degustazione: Cappuccini “Cucina San Francesco” a Cologne

Appunti di degustazione: Cappuccini “Cucina San Francesco” a Cologne

di Anna Salvioni

Ci sono luoghi che si raggiungono lentamente, quasi in punta di piedi. Salire verso il Cappuccini Resort, sui pendii del Monte Orfano, significa concedersi un passaggio graduale dal quotidiano al sacro silenzio della natura. La strada contornata dai colori autunnali, la luce morbida del sole, la pietra che dialoga con il verde: già prima di arrivare si percepisce di essere davanti a qualcosa che va oltre un ristorante.

Ad accogliere chi arriva ci sono parcheggi ampi e comodi, incastonati tra la rigogliosa vegetazione… Qui non si arriva affannati, ma si giunge già predisposti alla pace.

Il complesso si apre come un piccolo borgo sospeso. L’ingresso porta con sé l’eco di un convento antico. Scritte in ferro battuto conducono verso la “Cucina San Francesco”, una statua del santo accoglie gli ospiti con le braccia aperte, mentre il piccolo chiostro interno abbraccia un grande albero, come un cuore pulsante al centro del complesso.

È un luogo che invita alla calma, all’ascolto, alla meraviglia silenziosa… Gli archi antichi, la pietra che porta secoli di passi e poi le foglie che muovono ombre lente sulle pareti: qui la luce ha il ritmo della preghiera.

Entrando nella sala principale, la sorpresa è immediata: su un antico leggio la frase scritta a mano “Sogna con noi e i tuoi pensieri voleranno leggeri” ci da il benvenuto e ci accoglie ed è il preludio di un’atmosfera che apprezzeremo in un ambiente sofisticato e magico:

travi in legno sbiancato, lucine soffuse come piccole basse costellazioni, morbidi gomitoli, volani di stoffa e angioletti leggeri sospesi tra soffitto e aria e che intrattengono lo sguardo all’insù, tessuti finemente annodati, legno antico, mattoni, lanterne, dettagli d’altri tempi e oggetti fatti a mano. L’atmosfera è pacata ed elegante. Qui niente è messo a caso: ogni particolare racconta cura, amore, tempo speso e non consumato.

Ad accoglierci c’è Adelaide, ventunenne, nipote della titolare. Il suo sorriso è quello di chi il luogo non solo lo conosce, ma lo abita. Sui tavoli, fiori freschi e una piccola tovaglietta illustrata con parole dedicate alla bellezza e al pianeta, manifesto discreto di una filosofia chiara: la cucina è rispetto, memoria e gratitudine.

Il pasto si apre con le bollicine di casa, firmate Cappuccini: fini, delicatamente cremose, pulite.

L’entrée arriva come un gioco che risveglia i sensi: chips di polenta soffiata che si sbriciola tra le dita, con una maionese al balsamico che profuma di cantina e bosco; cialda di carota sottile, dolce, che avvolge una guacamole fresca e vellutata. Bocconi piccoli, ma già intimi.

Poi arrivano i grissini fragili come rami, il pane al sale sfogliato che si apre in petali e la focaccia morbida, tiepida, profumata di olio buono. Il tutto fatto in casa: un pane che nutre e, al bisogno, consola.


Antipasto

Uovo poché con asparagi, spuma di patate ed estratto di acetosella. Il tuorlo si apre lento, come un sole. Il gusto è rotondo, avvolgente, carezzevole. Un piatto che abbraccia, letteralmente.

Primi piatti

 

– Risotto alla carota, jus di midollo e animelle.
Qui è tutto profondità: la dolcezza vegetale, il calore del midollo, la consistenza piena delle animelle. Un piatto che chiude gli occhi mentre si mangia.
– Spaghettone “Valentino” con estrazione del Monte e cardoncelli.
Porta il territorio nel piatto. L’estrazione del Monte sa di roccia e sottobosco. Sopra, un “falso gelsomino” selvatico, colto poco prima sui pendii, guarnisce e avvalora anche il piatto al palato.

Secondi piatti

– Addome di manzo alla piastra con biete e spuma bernese.
Sapori nitidi, sinceri. È carne che non urla, ma parla sottovoce.
– Coregone ripieno di zucchina con salsa tzatziki e olio alla menta.
Leggero come un respiro, quasi meditazione. Sa di lago, di mattino presto.

Pre-dessert

Sorbetto all’uva con crumble.
Fresco, divertente, piccolo risveglio del palato.

Dessert

– Cheesecake al passion fruit con gelato al mango
– Mousse al cioccolato con frutti rossi e ganace al cioccolato bianco.

Dolci che non chiudono, ma accompagnano dolcemente verso il dopo.

Il caffè arriva con una piccola e colorata pasticceria: coppie di biscotti al mais; bignè con peperoncino e lampone; tartellette con crema pasticcera e frutta.

Eleganza e sorpresa fino all’ultimo gesto.

Poi, quando il tempo del gusto si è posato, quasi per non disturbare il nostro momento, ci raggiunge la titolare Rosalba Tonelli: delicata, accogliente e premurosa. Parla piano, ma la sua voce tiene dentro un mondo. Racconta commossa il giorno in cui, trentacinque anni fa, varcò per la prima volta la soglia del convento del XVI secolo, mostrandoci le “storiche” foto.

Le mura erano crollate, i tetti sfondati, la vegetazione aveva reclamato ogni spazio: non c’erano porte, parcheggio, acqua, corrente… Eppure, proprio lì, nel silenzio e nel vuoto, qualcosa le parlò. «Ho sentito una frase nitida, quasi fisica: “Finalmente sei arrivata”. È così che ho capito che non ero venuta a cercare questo luogo: era il luogo ad aver chiamato me.»

Da quel momento inizia una ricostruzione sentita, paziente, irripetibile. Non solo architettonica, ma spirituale. Rosalba non ha restaurato solo muri, ma ha ridato anima, uno strato di cura alla volta. Anni di restauri, ricerche, studio, cura, e soprattutto visione: riportare il convento all’origine, ma aprendolo al presente. Oggi questo luogo è rifugio, respiro, pellegrinaggio emotivo. E non stupisce che la cantina — il Pozzo di Marco (curata appunto dal figlio sommelier) — ospiti oltre 2700 etichette: qui il vino è racconto, non solo abbinamento. Parla dei frati Cappuccini che qui vivevano in silenzio e lavoro. Parla della loro cucina povera, delle loro preghiere, dei loro libri letti e custoditi con benevola invidia, delle loro erbe raccolte al mattino presto. Parla della montagna come maestra, della natura amica e che non fa male, dell’essenzialità come forma alta di bellezza e della necessità ormai imminente e non più rimandabile di tornare alle cose semplici. La sua voce non spiega: testimonia e illustra ciò che vive.

Dopo il pranzo, il viaggio non si interrompe: continua oltre la sala.

Rosalba ci invita a seguirla e varchiamo una porta che conduce verso altri ambienti del convento, come dentro una narrazione intensa che si apre, pagina dopo pagina.

Ed ecco la saletta delle colazioni, con vista aperta sui pendii. Qui sostano gli ospiti delle 14 celle ricavate dall’antico dormitorio dei frati: camere essenziali, curate, che custodiscono silenzi che non pesano. Proseguiamo verso la chiesa sconsacrata.

La pietra sacra è stata rimossa dai frati quando lasciarono il luogo, ma la spiritualità non se n’è andata: alleggia nel vento, lieve. Sulla facciata, un bassorilievo racconta il dialogo eterno tra bene e male. Qui oggi si celebrano matrimoni ed eventi, momenti che restano impressi come impronte luminose. La luce entra alta, morbida, e sembra sfiorare con garbo anche le persone più che illuminarle.

Camminiamo tra cunicoli di pietra, volte antiche, travi vive. Tutto è curato con una delicatezza che non è estetica, ma amore incondizionato.

Conservati lungo le pareti, vediamo libri ordinatamente accatastati: testi lasciati dai Cappuccini, parole che in realtà non se ne sono mai andate. Dalle travi pendono erbe ad essiccare: rosmarino, salvia, timo, e altre più rare, raccolte sui pendii del monte. Non solo ingredienti: frammenti di vita quotidiana.

Poi, attraversando scenici corridoi ci ritroviamo in una grande sala con forno a legna e legnaia: un ambiente caldo e rustico. Rosalba ci racconta che vorrebbe trasformarla presto in una pizzeria speciale, un luogo di convivialità lenta.

Per ora, è lo spazio dei dopocena dei matrimoni — e ne hanno quasi settanta ogni anno. Immaginiamo risa, brindisi, confidenze che si sciolgono nella notte. Una parete ospita le cornici della Via Crucis, ma al loro interno non ci sono immagini sacre: ci sono specchi. Guardandoli, è impossibile non avvertire il messaggio: la ricerca passa attraverso noi stessi.

Poi un grande armadio bianco, a tutta parete e in fase di trasformazione cattura la nostra attenzione. Rosalba ci confida che diventerà un cielo: un universo di costellazioni tracciate con sempre amorevole cura e dedizione. Come a dire che, anche al chiuso, la vastità può essere toccata.

Le chiediamo:
«Vivere quassù, immersi nella natura… Capita di sentirsi sola?»
Sorride. E il sorriso è pieno, calmo, vero.
«Non si è mai soli. La natura ti fa sentire parte di qualcosa di più grande. È abitare tra la quiete e la vita che scorre più in basso. Qui si respira, nel rumore qualcosa si perde…»
«A volte, la sera tardi — l’ora preferita dalle volpi — incontro Luna. Così l’ho chiamata. Credo sia la stessa che, alcuni anni or sono, ahimè, ha visitato il pollaio. Ci guardiamo dritti negli occhi, senza fretta, come due che si riconoscono e sono certa che sa del pollaio. Poi, ognuno riprende la sua strada, veloce, ma alla fine con rispetto».
«Anche agli ospiti del Resort è capitato di incontrarla. Così, tra ricci e lucciole, le passeggiate si fanno compagnia».

In quel momento comprendiamo davvero la misura di questo luogo: non isolamento, ma intimità. Non lontananza, ma profondità. Non silenzio, ma ascolto.

Cappuccini Resort non è semplicemente un ristorante. È un luogo che accoglie, calma, riempie: un luogo che ricuce. È uno di quei posti da cui non si va via con la semplice soddisfazione del palato, ma con una pace sottile, che perdura. Una pace che viene dalla bellezza: quella autentica, quella che salva.

 

Cologne, 04/11/2025

Anna Salvioni
Cronista del gusto

 

Cappuccini Resort
Cologne – Via Cappuccini, 54
Tel. 030.7157254


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