a cura di Mariagiulia Mariani
C’è un momento, a inizio ottobre, in cui Gargnano tira il freno. Le barche a motore si diradano, le vele e la gondolina gardesana riprendono il lago per sé. Il paese torna a essere quello che è sempre stato: un borgo che guarda l’acqua da sopra le sue limonaie, con gli uliveti che salgono verso l’entroterra e la raccolta delle olive che comincia proprio in quei giorni.

Slow Gargnano — Tra olio, vino e territorio — è nato per stare dentro questo momento. Il 3 e 4 ottobre scorsi il festival ha riempito il weekend di un mercato di prodotti locali nel chiostro di San Francesco, cooking class, passeggiate guidate tra i terrazzamenti della limonaia e dell’oliveto della famiglia Feltrinelli — angolo magico appena alle spalle del Grand Hotel Villa Feltrinelli — e incontri per capire da vicino cosa significhi davvero abitare e coltivare questo pezzo di sponda bresciana.
A guidarci è stata Alberta Cazzani, professoressa del Politecnico di Milano e co-autrice di Le limonaie di Gargnano. Una vicenda, un paesaggio — di questi manufatti conosce ogni pietra, ogni stagione. Difficile trovare guida migliore.
Per capire Gargnano bisogna partire da lì. Le limonaie non sono serre qualunque: muri perimetrali alti fino a dieci metri, pilastri di pietra collegati da travi di castagno, grandi vetrate mobili che da novembre a marzo chiudevano tutto per proteggere le piante di limone, cedro e arancia amara dal gelo, e un sistema di canalette in pietra per distribuire l’acqua pianta per pianta. Un’architettura nata per fare una cosa sola: rendere possibile la coltivazione di agrumi più a nord che in qualsiasi altra parte del mondo, lungo una fascia di costa che va da Barbarano di Salò a Limone — quella che per secoli ha fatto la ricchezza dell’alto Garda.
Le prime piante di limone, secondo la tradizione locale, le portarono i frati francescani nel XIII secolo: i bassorilievi con agrumi sui capitelli trecenteschi del chiostro di San Francesco sono ancora lì a testimoniarlo. Nel 1548 l’umanista Jacopo Bonfadio li chiamava i giardini delle Esperidi; nel 1569 l’agronomo bresciano Agostino Gallo descriveva le limonaie come architetture già definite in ogni componente costruttiva.
Nel XIX secolo erano quasi cinquanta ettari coltivati ad agrumi, trentacinquemila piante. Ludovico Bettoni Cazzago, esponente di una delle grandi famiglie produttrici gardesane, ne fu il cronista più attento: descriveva la produzione e il commercio dei limoni come una vera e propria industria, con filiera, logistica e mercati internazionali. Fu proprio la sua famiglia a promuovere, nel 1840, la fondazione della Società Lago di Garda — prima cooperativa agricola italiana, a carattere marcatamente democratico: un socio, un voto — per eliminare gli intermediari e organizzare insieme la selezione, l’imballaggio e la spedizione dei frutti verso l’est e il nord Europa. Il decennio d’oro fu il 1850–1860: nel 1852, anno di picco, sette milioni di limoni uscirono dalle sole limonaie di Gargnano.
Poi arrivarono la gommosi, la concorrenza del sud dopo l’Unità d’Italia, l’acido citrico sintetico. Le limonaie si svuotarono dagli agrumi e si riempirono di ulivi e orti. La Società non scomparve subito: cessata l’attività limonicola, continuò con l’olio d’oliva e l’olio di lauro, spegnendosi definitivamente nel corso del Novecento. Più tardi, con il boom del turismo lacustre, anche i caselli — i ricoveri dei lavoratori stagionali — si trasformarono mano a mano in abitazioni.
Il ritorno degli agrumi sull’alto Garda è anche una storia recente. La Limonaia La Malora — struttura del XVI secolo, ancor oggi produttiva e visitabile grazie a Giuseppe Gandossi e suo figlio Fabio — è la dimostrazione che si può fare, quando la passione è incontenibile.
La cooperativa Terre&Sapori — fondata nel 2021, con il laboratorio di trasformazione a Sasso e il punto vendita in via XXIV Maggio a Gargnano — si rifà esplicitamente alla tradizione della Società del 1840 con un’intenzione precisa: recuperare le coltivazioni tradizionali e trasformarle in prodotti. C’è anche la collaborazione con Slow Food, che sul Garda lavora alla costruzione di una comunità transregionale: l’idea è che il cibo non sia merce ma strumento per valorizzare un modo di abitare il territorio — per chi ci vive, non solo per chi ci passa.
Slow Gargnano non si esaurisce quindi negli agrumi. Al mercato di domenica era tutto lì: marmellate di agrumi freschi, limoncino e sciroppi, capperi sotto sale — unica sponda lacustre italiana dove crescono spontanei —, oli di Casaliva e Garnià, le due varietà autoctone dell’alto Garda, sali aromatizzati con erbe dell’entroterra. Prodotti di Terre&Sapori che hanno un posto preciso sulla carta geografica.
L’entroterra racconta un’altra storia. Le latterie turnarie erano il cuore economico dei comuni dell’altopiano; il dopoguerra ha portato spopolamento, e molto del patrimonio zootecnico è andato perduto — con qualche eccezione resistente, come il Tombea, affinato in quota e quasi introvabile fuori dalla sua area. Tiene bene la formaggetta di Tremosine dell’omonimo caseificio sociale, proposta durante l’evento in abbinamento ai vini Lugana e Valtenesi, alla mostarda di agrumi, o a condire una pasta fresca con polvere di capperi e zest di limone. La Latteria Turnaria di Tignale, attiva dal 1904, ha percorso un’evoluzione diversa: nata per il latte, è oggi presidio dell’olio eroico su pendii dove il trenta percento di pendenza è la norma, e trasforma i frutti della storica Limonaia del Prà de la Fam in limoncino e marmellate bio.
C’è una Gargnano che non finisce in cartolina. Viene qui chi vuole capire da dove vengono le cose — e trova persone che le sanno raccontare.
Gardone Riviera, 03/10/2026
NEWSLETTER
Rimani aggiornato su Degustazioni, Eventi, Offerte Speciali e Serate a Tema!