Viaggio gastronomico nella Bassa Bresciana: i Borghi – seconda tappa

Casoncelli - preparazione

 

Iniziamo la seconda tappa del nostro percorso gastronomico tra i Borghi della Bassa Bresciana all’insegna di un piatto tipico caro a tutti i Bresciani.
Questa zona ha infatti visto la nascita di uno dei nostri piatti simbolo: i Casoncelli, anzi i casonsèi.

Tra Longhena, Barbariga e Cignano ci si contende la primogenitura di un primo dalle origini povere che si arricchisce con il benessere e lentamente si diffonde in tutta la Bassa. Inizialmente il ripieno era di solo pane grattugiato e grana ai quali, in primavera, si aggiungevano le erbette dell’orto fino a quando si è arrivati ad arricchirlo con prosciutto, mortadella e carni varie. Non cambia invece il condimento costituito da burro, salvia e grana grattugiato. Tipico di Barbariga, oltre ai casoncelli, è un anche un altro piatto ricco a base di risotto, funghi e gallina, dal nome curioso “la Bariloca”.

Ecco qui un po’ di storia e la ricetta

 

Ricetta della Bariloca

 

Parlando della Bassa, è degna di nota l’iniziativa, nata a Orzinuovi nel 2018, di mettere a confronto le varie tipologie di Casoncelli con la nascita del “1° Concorso Provinciale dei Casoncelli Bresciani”.

Marina da Offlaga fu l’inventrice de’ fiadoni e de’ raffioli di enola e del mangiare erbe amare; Melibea da Manerbio fu l’inventrice de’ casoncelli, delle offelle e delli salviati”. Così, nel 1553, Ortensio Lando nel suo “Catalogo de gl’inventori delle cose che si mangiano”, ci racconta della nascita di Casoncelli, Raffioli e Fiadoni con ripieni dolci e salati.

Ecco qui la ricetta dei Fiadoni bresciani dolci

 

Fiadoni bresciani

 

La Pianura bresciana, come abbiamo avuto modo di ricordare, è terra di allevamento bovino da cui ha tratto origine una ricca produzione di formaggi come la famosa Robiola bresciana e l’ottimo Grana Padano delle numerose aziende dislocate da queste parti. Anche il Gorgonzola non delude i suoi estimatori specialmente quello piccante, detto a due paste.

Nella Bassa la “campagna” ha sempre ricoperto un ruolo di rilievo: ampi spazi per la caccia e campi aperti con erbe selvatiche da trasformare nei nostri famosi risotti. Alle prime brume autunnali i chiodini erano pronti alla raccolta mentre le acque ribollivano di rane e bose, così le osterie si riempivano di avventori pronti per l’assaggio di queste tipicità accompagnate da un insolito vino, rosso sangue, servito in scodella: il clinto.

Proseguendo nel nostro viaggio gastronomico, arriviamo a Calvisano, località in cui c’è acqua in abbondanza, grazie alla quale si è sviluppata, nel tempo, l’acquacoltura. All’inizio c’erano le anguille, in seguito l’allevamento si è allargato agli storioni, e ai giorni nostri Calvisano è la capitale internazionale del Caviale italiano.

Per oggi il nostro viaggio gastronomico non è ancora finito e ci conduce a Montichiari. Percorrendo distrattamente la strada in mezzo in mezzo ai campi per raggiungerla, ci chiediamo cosa ci faccia qui un aeroporto. È presto spiegato. Siamo in quella zona detta della Fascia d’Oro. Il nome deriva da un’antica osteria che per l’intestazione prese spunto forse dai campi dorati seminati a grano o a mais.

Fatto sta che alla fine dell’800 i bresciani furono presi da una gran smania per i motori a scoppio, sia quelli montati su velivoli, sia quelli montati su automobili e motociclette. Per promuovere queste novità si pensò allora di organizzare una serie di gare. La scelta cadde sulla brughiera di Montichiari dove si costruì un circuito automobilistico che prese il nome della vecchia Osteria e si organizzarono le prime corse: la Targa Florio e poi il primo Gran Premio d’Italia.
In seguito, la costruzione del circuito di Monza, fece spostare la gara nazionale in Brianza. Rimase comunque una pista apprezzata dagli sportivi, lunga 18 km e con tanto di parabolica e tribune. Sparita la curva parabolica, oggi si corrono su questo vecchio circuito, rassegne storiche per gloriose automobili che, lustrate a nuovo, mostrano la grinta di un tempo.

Ma Montichiari è anche sede di un grande mercato settimanale nel quale gli agricoltori possono acquistare, vendere e scambiarsi consigli, mentre i comuni frequentatori trovano uova e piccoli animali da cortile. Di Montichiari, vale la pena anche ricordare una ricetta insolita, riportata da Camillo Pellizzari: la “Pasta cotta nel vino”, particolare nel sapore rustico ma emblematica dell’utilizzo di ciò che si aveva a disposizione in dispensa.

Ecco qui la ricetta della Pasta cotta nel vino come riportata dal Pellizzari

Ingredienti per 4 persone

3 etti di pasta,
due spicchi di aglio,
un quarto di cipolla,
rosmarino,
acqua,
sale,
tre cucchiai di formaggio tritato,
30 grammi di burro,
pomodori freschi

Preparazione

Cuocere la pasta nell’acqua, scolarla a metà cottura e finire di cuocerla nell’intingolo di vino. L’intingolo va così preparato: far rosolare il burro con aglio, cipolla e rosmarino, aggiungere i pomodori e il vino. Salare a piacere. Ultimata la cottura della pasta condire con il formaggio grattato.

Il nostro viaggio nella Bassa Bresciana non è ancora finito. Rimane l’ultima tappa con altri territori da esplorare e ricette da gustare!

Marino Marini


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