Fuori dal lockdown, riprendiamoci il nostro cibo!

Cucinare in casa

 

Un’indagine DOXA ha raccontato come hanno vissuto gli italiani i tre mesi di forzato ritiro, lontani dal lavoro, dalla scuola, dagli amici. Pare che l’attività più gradita sia stata quella di cucinare, qualcuno (18%) ha scoperto nuovi piatti altri (15%) ha perfezionato alcune preparazioni, il tempo passato ai fornelli è aumentato del 63%. Ad occuparsi dei fornelli anche persone che prima non lo facevano, la novità più positiva è che molti hanno cucinato piatti che prima acquistavano già pronti, la preferenza del cucinare è andata a pizze e focacce, pane, torte e biscotti. L’affermazione più bella è stata quella di cucinare per affetto.

Cucinare è sempre un modo di dimostrare affetto per gli altri familiari o amici che siano. Un altro aspetto positivo è la riscoperta del negozio sotto casa, l’abbandono di molti prodotti semilavorati e un’attenzione particolare verso la salute. Il negozio di prossimità è un baluardo di civiltà, una competenza comprovata, una professionalità certa, vi invitiamo, se non l’avete ancora fatto, a leggere il libro di Angelo Canossi “Melodia” che inizia così:
“- Buongiórno, cóme staLa? StaLa bé…
Anche ‘l sò Siòr? La comandàa? – Vardé
sté Siura ché: sö dè brai, servìla.
E Té, cós ‘hói dè dat?
Le màndole ambrüsine?…”

Riscoprire, salvaguardare la bottega sotto casa è segno di cultura scrive Carlo Petrini:
le piccole botteghe nei piccoli comuni sono presidi di sicurezza, di controllo del territorio, di conoscenza e di pace sociale. Perderli significa perdere un pezzo enorme della nostra identità di cittadini e della bellezza dei nostri territori”.

Maneggiare il cibo e le materie prime, ci ha costretti a porci una serie di domande: da dove viene, come si produce, di che qualità è il nostro cibo. Prima la frenesia delle nostre occupazioni non ci permetteva di soffermarci su questi aspetti, ora lo stop obbligatorio ci ha messo di fronte alla realtà del cibo che consumiamo. La pandemia ha chiamato in causa la struttura e la sostenibilità del sistema alimentare, le produzioni ecosostenibili e di piccola scala, ci ha costretto ad interrogarci sul presente e sul futuro del cibo. L’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo ha incaricato una serie di scienziati di:

  • stimare l’effetto dell’emergenza sulle modalità di approvvigionamento alimentare e di preparazione del cibo;
  • studiare la relazione tra le abitudini alimentari, le forme del consumo alimentare e le pratiche sociali ad esso collegate in un fase emergenziale e le caratteristiche demografiche e socioeconomiche degli individui;
  • studiare la relazione tra le abitudini alimentari, le forme del consumo alimentare e le pratiche sociali ad esso collegate in un fase emergenziale e le caratteristiche demografiche e socioeconomiche degli individui;
  • esplorare i capitali sociali interni alla famiglia creati dall’attività del cucinare preesistenti o rinforzati dalla quarantena.

È indubbio che il cibo si è rilevato durante la quarantena un elemento fondamentale nella vita degli italiani, per il suo valore identitario e conviviale. Come conseguenza sono aumentati in modo significativo i consumi di latte, zucchero, farina, uova e di lievito naturale, ossia di tutti gli elementi necessari per cucinare pane, pizza, dolci o fare la pasta. Oltre la metà degli italiani hanno speso più di 100 euro la settimana per i consumi alimentari, un investimento ritenuto adeguato alle nuove abitudini. Non è facile prevedere se questi nuovi comportamenti alimentari resteranno anche ora che la quarantena è terminata e che le persone possono tornare a muoversi liberamente. Vi sono due considerazioni che fanno propendere per un probabile consolidamento del ritrovato interesse per il cucinare:

  • si può ritenere che molti abbiano riscoperto durante il lockdown un’autentica passione per il cibo e per quanto rappresenta, come strumento al contempo di autorealizzazione e di socialità;
  • molte aziende adotteranno in maniera continuativa la modalità di smart working, per cui si manterrà l’identificazione postfordista tra luogo di lavoro e abitazione, con la conseguente possibilità di avere più tempo a disposizione per cucinare.

Con questa esperienza, non solo segregativa, abbiamo imparato molte cose. Ma è soprattutto la situazione ambientale che deve trovare risposte veloci e cambiamenti radicali. Basta con il consumo di suolo, basta con prodotti di sintesi, riprendiamo in mano il nostro futuro per noi e per chi verrà dopo di noi. Partiamo dal cibo per rinnovare una società malata di PIL.

Abbiamo capito che non si può continuare a crescere, il mondo non è una focaccia che più cresce più è morbida, la terra è casa nostra e dobbiamo custodirla non depredarla. La quarantena è stato un momento di ritorno alla cucina per gli Italiani. In questo ritorno, Internet ha garantito un’interfaccia e una risorsa importante per un processo di acculturazione gastronomica, ma ricordiamoci che nella comunità c’è la sicurezza affettiva che su Internet non si trova.
Adesso, riconquistata la libertà, andiamo a conoscere coloro che hanno prodotto quelle materie prime che abbiamo usato in cucina, cerchiamo di capire la differenza tra i vari tipi di frumento, l’abburattamento delle farine, la molitura. Cerchiamo le galline, chi ci hanno fornito le uova e vediamo come sono allevate: in gabbia, a terra, all’aperto. Vediamo come si ottiene il sale, marino o di roccia, di Cervia o di Trapani. Visitiamo gli uliveti dei nostri laghi, Garda e Iseo e vediamo le piante che ci danno quell’olio meraviglioso di Casaliva o di Gargnà, nocciolato o denocciolato.

Insomma, riprendiamoci il nostro cibo, le nostre materie prime e facciamo in modo che si crei quell’alleanza sana tra produttore e consumatore che spegne la rivalità tra un prezzo elevato e un prezzo popolare, perché dietro al prezzo stracciato c’è, spesso, sfruttamento e lavorazioni pressapochiste. È plausibile, comunque, che l’esperienza gastronomica maturata abbia creato le basi per un nuovo modo di vedere, immaginare e vivere la cucina e la domesticità. Condividiamo il pensiero di Fritjof Capra: “Non torneremo alla normalità, perché la normalità era il problema”.

Marino Marini


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